domenica 27 febbraio 2011

Viaggi nel tempo con Topolino e Pippo. Non è soltanto un gioco per ragazzi
Corriere della Sera Cultura, pag 34, 21 febbraio 2011

Non è una roba da bambini. Ma ci vogliono entusiasmo, curiosità, e la voglia di meravigliarsi dei bambini, per «entrare» in un'avventura di Topolino. Lo spiegava Walt Disney, intervistato da Oriana Fallaci, a Los Angeles, nel 1966: «Mickey Mouse non fu mai concepito per una mente infantile: fu sempre un discorso a coloro che io chiamo gli onesti adulti, cioè quelli che non si vergognano ad essere sostanzialmente bambini. Perché a quale età si smette d'essere bambini? A sei anni, a diciotto, a trenta, a sessanta? Se si è onesti, a nessuna: la curiosità, l'entusiasmo, la voglia di piangere e ridere sono virtù dei bambini. Un adulto incapace d'essere bambino non può trarre piacere dalla vita». E forse solo ai curiosi e agli entusiasti, a chi è voglioso di sorridere, è possibile viaggiare nel tempo con Topolino e Pippo. Altrimenti, per carità, ci si può sempre annoiare. 
Sempre Disney, in quell'intervista, descriveva la sua idiosincrasia per «sofisticati» e «superintellettuali»: «Che gusto hanno a vivere? Non si meravigliano di nulla, non si divertono con nulla, sono sempre annoiati, noiosi. Li preoccupa solo il giudizio degli altri e non stanno mai comodi. La loro è una vita da vecchi, una vita che è una frangia della vita. A meno che non abbiano una doppia esistenza e, di nascosto, quando fanno pipì, non leggano Mickey Mouse». A questo punto la domanda va posta al lettore adulto. È pronto a meravigliarsi? E ad accollarsi la «scomodità» di essere sorpreso con un Topolino sotto il braccio, in strada, in ufficio, all'università? Forse il gioco vale la candela. Perché un «onesto adulto» potrebbe scoprire, con il nostro eroe, il mistero dei Dolmen e quello di Atlantide. E perché no, rivivere la guerra di Troia, o la leggenda di Re Porsenna. O scaraventarsi nel Medioevo di Topan il Barbaro e Sir Pippoldo, tra dame, castelli e cavalcate a perdifiato... 
Non sono ammesse scuse, anche perché cambiare epoca sarebbe un' autentica bazzecola: basta entrare, con Pippo e Topolino, nella macchina del tempo creata dal Professor Zapotec. Krack! Pit! Woooschhh! Una leva, un tasto, e via, nel vortice spaziotemporale, a svelare enigmi e disseppellire verità storiche, nel gioco innocente e irriverente dei cortocircuiti disneyani. Perché il sorriso della Gioconda, tenue e impercettibile, ha una sola plausibile spiegazione: Leonardo ha un complesso, è convinto di non saper disegnare i denti! Mentre l'esplosiva novità della musica di Mozart dipende dal fatto che il viennese, nel 1782, suona già il rock con la sua «band», ma lo fa di nascosto, perché sa che quella musica «è troppo futuristica per il pubblico di oggi!». E Nostradamus? Come fa a predire il futuro, con le sue quartine, nel lontano Cinquecento? Semplice: da ragazzino il pastorello Michel de Notre-Dame ha fatto un salto in avanti nel tempo, perché Pippo e Topolino se lo sono «riportato» per sbaglio nel presente. E tornando indietro nei secoli ha fatto scorta di appunti... 
Forse non tutti sanno che la macchina di Zapotec nasce a Milano: è infatti sul «Topolino» settimanale, allora edito dalla Mondadori, che debutta il marchingegno, nel 1985. Curiosamente, l'idea viene a due autori che lavoravano l' uno a insaputa dell'altro: «Erano Giorgio Pezzin e Bruno Concina», racconta Massimo Marconi, all'epoca caposervizio sceneggiature del giornalino, «e l'espediente dei viaggi nel tempo rispondeva all'esigenza di rinnovare il personaggio, che nel suo presente, a Topolinia, era un po' prigioniero di una realtà ripetitiva. Ecco: spostandolo nelle diverse epoche storiche lo abbiamo liberato». Il primo di questi viaggi nel tempo fu Topolino e il segreto della Gioconda, per i disegni di Massimo De Vita, che ebbe subito uno straordinario successo. «Non se ne poteva più di sentirsi dire "Preferisco Paperino"», osserva Luca Boschi, giornalista-fumettista ed esperto disneyano, «eppure era proprio così: il Topo era imbalsamato nel suo ruolo di tutore della legge, a fianco del commissario Basettoni, impigliato in trame giallistiche dove appariva molto riflessivo, molto più Sherlock Holmes, e molto meno hard boiled». 

Insomma, ci voleva un po' di Storia per restituire smalto alle storie del Topo. Più azione e meno congetture: ed ecco il nostro partecipare alla battaglia di Alamo, alle prime rivolte degli americani, a Boston, contro gli inglesi, all'impresa del Mayflower. La vittoria di Napoleone a Marengo, nonostante gli errori tattici del futuro Imperatore, è risolta proprio dall'intraprendenza di Pippo e Topolino, che recuperando un carico di vettovaglie rubate consentono al cuoco Le Coq di cucinare prelibatezze il cui aroma attira all'accampamento le truppe di Desaix, in precedenza incautamente congedate dal generale còrso. Ancora Napoleone se la prende con Topolino: «Sei un giornalista pettegolo!», grida al viaggiatore nel tempo, reo di avere scoperto i suoi complessi e difetti: il condottiero indossa stivaletti truccati, per sembrare più alto, ai suoi ufficiali racconta sempre le stesse barzellette, e con la mano infilata nell'abbottonatura della divisa non fa che tenere il pettine con cui nascondere l'incipiente calvizie, aggiustandosi il ciuffo di qui e di là. 
A spasso nel tempo anche l'antagonista del Topo, Gambadilegno, cambia faccia. È Gamboski, un trafficante di tessuti, negli Stati Uniti del Settecento. È Jack Gambon, giornalista al soldo degli inglesi, in Intervista a George Washington. Per poi tornare col suo nome negli anni Venti, come delinquente-attore scritturato dalla Tetro Goldwin Meyer... E Pippo si scopre intraprendente e coraggioso nel suo alter ego Indiana Pipps, archeologo in perenne rivalità con il perfido collega Edward G. Ampollion. Lo stesso Disney amava lasciarsi spiazzare dagli animali, che descriveva come «le persone più affascinanti che ho conosciuto». «Guardate loro e capirete voi stessi», diceva ancora in quell'intervista del 1966, poco prima di morire, perché «gli umani sono soltanto animali che vanno all'università, e quando piove aprono l'ombrello».

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